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Dipendenza Affettiva

“Non riesco a lasciare il mio ragazzo”

“Questa storia non può funzionare, lo so.. ma perchè non riesco a lasciare il mio ragazzo?” eppure passano i mesi, e spesso anche gli anni, e continui a stare con una persona che sai non vada bene per te.

  • Perché è così difficile rompere un rapporto anche quando è chiaro che è arrivato al capolinea?
  • Perché si continua a chiudere gli occhi e le orecchie davanti a tutte le evidenze che conducono solo e unicamente in una direzione: la rottura?
  • Quali dubbi e paure ci sono dietro la difficoltà di compiere questa scelta in modo definitivo?
  • Quali sono i motivi per cui non riesci a lasciare il tuo ragazzo?
  • E quali sono gli steps da attraversare per affrontare la rottura e superarla?

Immaginiamo questo scenario:

Lui non la soddisfa, non la fa sentire amata, apprezzata e stimata, anzi, spesso la fa sentire in colpa perché non è come lui la vorrebbe, la fa sentire sbagliata e non abbastanza. Lei sente tutto questo ed inoltre si rende conto che lui non le stia dando ciò che vorrebbe in una relazione, che non sempre la rispetta, che spesso si arrabbia perché lui delude le sue aspettative e che ci sono molti lati del suo carattere che non può più accettare. Nonostante tutti questi dubbi e vari segnali di allarme che emergono, lei non riesce a lasciare il suo ragazzo. Come fare?

Andiamo per gradi, vediamo quali fattori sarebbe meglio considerare prima di decidere.

Per decidere se lasciare il tuo ragazzo individua cosa ti stai raccontando di vero e cosa no.

Qualcosa che ti stai raccontando potrebbe essere vera, mentre invece altre potrebbero essere un pretesto per non affrontare una scelta che potrebbe essere molto difficile e dolorosa.

Se stai dicendo a te stessa che non vuoi lasciarlo perché temi di farlo soffrire, nonostante tu senta chiaramente che non è l’uomo giusto per te, tieni presente che però non c’è nulla di altruistico in questo comportamento.

L’altra persona merita di essere amata come lo meriti tu. Chiediti se questo è solo un pretesto per evitare qualcosa di più spaventoso come rimanere sola. Di cosa potresti avere paura?

1. La paura di rimanere soli

La paura di rimanere sole (o perlomeno single, per un certo periodo) è una delle cause che blocca questa scelta. “Se lo lascio, chi si prende cura di me?” Questo è un aspetto che ricorre quando si instaura con l’altro un rapporto di dipendenza-affettiva. In questo caso l’altro è funzionale a riempire quel vuoto con cui, se lui se ne andasse, ci si dovrà fare i conti. Per questo, la paura di restare soli è il motivo per cui si preferisce restare in una relazione che non funziona piuttosto che non averne nessuna.

Tuttavia, per dirlo con un proverbio: “Meglio soli che male accompagnati”. Attenzione, perché anche le persone che sembrano molto sicure di sé incappano in questa paura. Ti dico solo una cosa: hai tutto ciò che ti occorre per prenderti cura di te e in parte lo stai già facendo leggendo questo articolo.

2. La paura di soffrire

La paura di soffrire è un altro aspetto che inibisce la rottura di un rapporto seppur infelice. Si sta con l’altro non per amore ma per evitare di soffrire. Non è dunque un amore basato sul principio di libertà e rispetto reciproco, ma sul vantaggio emotivo di non soffrire della rottura e affrontare le paure che conseguono a questo cambiamento.

3. La paura del cambiamento

Il cambiamento di uno “status quo” genera sempre ansia e paura alimentate da mille dubbi: “E se poi mi pento?”, “E se sto commettendo un errore?”, “E se poi non trovo nessun altro?”. Le risposte a queste domande appartengono solo al futuro: se stai aspettando di essere certa rispetto a questi dubbi, sappi che purtroppo nessun cambiamento può essere compiuto se attendi di avere certezze sull’esito. Ecco perché fa così paura.

L’unico modo per intraprendere una scelta è armarsi di fiducia. Fiducia è accogliere qualsiasi cosa arrivi sapendo che hai tutte le risorse per farvi fronte.

Se non riesci a individuarle in te, chiedi aiuto a un professionista, perché, credimi, quelle risorse ci sono.

Stai remando in tutti i modi per far funzionare la vostra relazione?

Le relazioni non sono gare da vincere, sono strade da percorrere finché ci sono motivi per farlo, ma accorgiti se lo stai facendo perché non vuoi rimetterti in gioco, ricominciare da capo, provare angoscia o abbandonare una routine rassicurante anche se triste.

Allo stesso modo, riconosci se non stai agendo in virtù della famosa “sindrome da crocerossina”: non devi salvare nessuno, se non te stessa.

Perché voler trasformare un ranocchio in principe con i baci piuttosto che scegliere un uomo già completo? Cosa devi dimostrare a te stessa e al mondo? Ascolta quali risposte emergono dentro di te e anche in questo se non riesci a chiarire a te stessa le dinamiche che metti in atto nelle relazioni rivolgiti a una figura professionale esperta che ti faccia da specchio.

L’amara medicina che guarisce

Per quanto sarebbe bellissimo, non esiste una pozione magica per rendere questa scelta più facile e meno dolorosa. La rottura di un rapporto è come un lutto e spesso ci sono le stesse fasi da attraversare.

All’inizio ci sarà tanta nostalgia e senso di smarrimento soprattutto perché verranno a mancare tutte le routine stabilite con l’altra persona. Se si tratta di un rapporto lungo, allora probabilmente è l’intera routine a dover essere ricostruita. È un momento davvero delicato perché è fortemente determinante per non avere ripensamenti e rimpianti. Se avrai fiducia nel fatto che meriti rispetto, amore, attenzioni, serenità e, più in generale, un rapporto soddisfacente anche a costo di restare sola, troverai il coraggio per andare avanti in questo cammino di ricostruzione di te.

Parti da te, dal tuo benessere, dal tuo vuoto, dalle tue emozioni. Datti il tempo di raccogliere i cocci, di gettare nuove fondamenta, di posare i mattoni uno a uno e riorganizzare le stanze di questa nuova casa che è dentro di te, dove c’è già tutto per essere felice e in pace.

Allora saprai che quello spazio sacro, faticosamente costruito, sarà accessibile solo a chi veramente merita di entrarvi.

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Sessualità

Repressione Sessuale: Perchè il sesso mi fa sentire così a disagio?

Semplice “disagio” o sessualità repressa?

Sapevi che una delle emozioni maggiormente connesse alla sessualità è il senso di colpa? Questa colpa impedisce di vivere serenamente l’aspetto sessuale, fino a condurre a comportamenti e atteggiamenti di repressione di quelli che sono i nostri naturali impulsi.

Dove si può rintracciare il germe di questa emozione? In che modo influenza il benessere psico-sessuale? E che cosa si sta reprimendo in realtà? In questo articolo voglio rispondere a queste domande e lasciare alcuni consigli pratici affinché tu possa iniziare a onorare e incanalare questa meravigliosa energia che è dentro di te.

Il ruolo della famiglia nell’educazione sessuale

La famiglia è l’ambiente in cui impariamo a dare un significato a ciò che ci circonda e a costruire sistemi di credenze sul mondo.

La famiglia forgia per noi le lenti attraverso le quali guardare la realtà e noi stessi. Ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa va bene e cosa no, quali comportamenti sono approvati e quali respinti. Così accade anche per la sessualità.

I bambini e le bambine, già dalla primissima infanzia, iniziano a toccarsi i genitali per esplorare il proprio corpo, a sfregarsi su oggetti per provare piacere, ad accarezzarsi per consolarsi quando sono arrabbiati o tesi, a esprimere curiosità sull’altro sesso e a porsi le prime domande su come nascono i bambini e come escono dal corpo della mamma.

Il tipo di reazioni e atteggiamenti che i genitori assumeranno sarà determinante sul modo in cui questo aspetto della vita verrà vissuto.

Sessualità, giudizio, senso di colpa e repressione

Un’educazione morale molto rigida legata a certi tipi di credenze religiose, opinioni e cultura possono condurre il bambino o la bambina a vedere il sesso come un tabù, qualcosa di inaccettabile e persino “sporco”.

Interiorizzando questa visione, in adolescenza come anche in età adulta, gli impulsi sessuali tradotti in fantasie, sogni erotici, eccitamento o voglia di masturbarsi, anziché essere vissuti come parte della natura umana, andranno a generare forti sentimenti di colpa e vergogna.

I contenuti sessuali ritenuti “discutibili” da un punto di vista morale verranno respinti e repressi.

Attenzione, però..

Reprimere non significa far scomparire, piuttosto è come nascondere la polvere sotto il tappeto: anche se non si vede, continua ad esserci.

Ad un’analisi più profonda ciò che genera il senso di colpa è dunque il giudizio, inizialmente proveniente dall’esterno, e successivamente, una volta interiorizzato, dall’interno.

Ciò che si instilla nella mente della persona è una serie di credenze negative su di sé come “Non vado bene”, “Non sono degna/o di amore”, “Non sono abbastanza”, “Non mi merito”, “Sono sbagliato/a” “Essere felice non è giusto”.

Repressione sessuale: quali sono le conseguenze?

Le pulsioni sessuali, in verità, sono naturali quanto la fame e la sete e necessitano di essere ascoltate come il bisogno di mangiare e di bere. I bisogni sessuali repressi non solo non scompaiono, ma continuano ad agire a livello inconscio acquisendo paradossalmente forza e richiedendo sempre maggiori energie per controllarli.

Il medico, psichiatria e psicanalista Wilhelm Reich (1969) si riferisce alla sessualità genitale come la funzione naturale dell’organismo di abbandonarsi, senza inibizioni, al flusso dell’energia biologica e la capacità di scaricare l’eccitazione sessuale accumulata, attraverso contrazioni piacevoli involontarie del corpo.

Quando questa energia si accumula e non viene scaricata si produce una “stasi sessuale”, ovvero un “ingorgo di energia sessuale” da cui possono scaturire nevrosi.

Rinnegare la sessualità è come rinnegare la pulsione alla vita che chiama ognuno a onorare il proprio sentire.

Ciò che fa il giudizio è proprio disapprovare quello che si sta sentendo, minando la fiducia in se stessi, reprimendo i veri bisogni e generando senso di colpa.

Come rompere questo circolo vizioso?

  1. Riconosci cosa ti fa sentire in colpa e le credenze, i giudizi e le voci nella tua mente legate a questo tema. Abbi il coraggio di mettere in discussioni frasi come “il sesso è sporco”, “il sesso è sbagliato” “se provi piacere vuol dire che sei un/una poco di buono”.
  2. Perdonati rispetto a qualunque vicenda del tuo passato che ti sta generando questo sentimento di colpa.
  3. Impara ad ascoltare il tuo corpo. L’azione contraria al reprimere è l’ascolto. Domandati se quando emerge rabbia, paura e ansia, oppure eccitamento e desiderio ti dai il permesso di vivere queste emozioni. Ti dai il diritto di provare rabbia? Di accogliere la paura o l’ansia? Ti accorgi della tua tristezza? Onori il tuo sentire? Oppure ti concedi solo il piacere o solo il dolore?
  4. Riconosci quanto sforzo ti richiede il controllo e quanto naturalezza c’è nel lasciare che la sensazione fluisca nel tuo corpo. Questo va fatto a piccoli passi e in modo nuovo. Se emerge un’emozione o una sensazione, anziché controllare, scacciare e reprimere, prova ad accogliere senza giudicare. Da qui puoi darti il permesso di incanalare il tuo sentito e lasciarlo fluire a poco a poco. Ti renderai conto di quanta energia può scorrere dentro di te.
  5. Riconosci la sacralità del tuo sentire. Non solo hai il diritto di sentire ma anche che ciò che provi non sia messo in dubbio in primis da te stesso/a. Quante volte ti sei sentito/a dire “fidati del tuo istinto?”. Ecco, l’istinto è proprio legato a ciò che senti, senza le contaminazioni della mente che insinua il dubbio e il giudizio.

Tu sei padrone/a del tuo corpo e puoi incanalare questa meravigliosa energia nel modo più sano che senti per te.

Come posso esprimere la mia sessualità?

Puoi concederti dell’auto-erotismo per esplorare la tua anatomia ed entrare in maggiore confidenza con il tuo corpo scoprendo cosa ti da’ più piacere.

Allo stesso modo, se hai un/una partner puoi sperimentare con lui/lei ciò che ti consente di lasciare andare maggiormente il controllo e che stimola di più il tuo corpo: il contatto visivo e l’attenzione al respiro possono aiutarti in questo intento.

In alternativa puoi esprimere questa energia sessuale, che di fatto è un’energia di creatività, attraverso la scrittura, la lettura, la pittura, la danza e in tutte quelle attività in cui ti senti vivo/a nell’esprimere ciò che hai dentro.

Come puoi intuire non si tratta semplicemente di dare ascolto a un impulso ma di accettare ciò che sei, nelle tue sensazioni e bisogni, invece che giudicarti e di mettere al primo posto l’amore per te stesso/a piuttosto che l’approvazione del costume sociale.

Come in ogni viaggio, è importante avere pazienza e comprensione verso di te anche quando ti sembra di non fare progressi.

Ricordati che vai bene così e che meriti di essere felice.

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Dipendenza Affettiva

La bambina che c’è dietro la Dipendenza Affettiva

La dipendenza affettiva è una condizione molto diffusa nella società contemporanea e la si può riscontrare a qualsiasi età e genere (adolescenza inclusa), sebbene siano le donne le più colpite.

La dipendente affettiva è disposta a tutto per il partner, anche ad annullare se stessa, i propri bisogni, la propria autonomia e i propri progetti.

L’unica cosa di cui la dipendente affettiva crede di aver disperata necessità è solo il partner, l’antidoto al suo senso di vuoto e alle sue emozioni spiacevoli di tristezza, solitudine, ansia e/o dolore. Farà la brava, accetterà ogni compromesso e si accontenterà delle briciole pur di sentirsi amata e non essere abbandonata.

In realtà, ciò che la dipendente affettiva fa è rimettere in scena la prima relazione affettiva che ha costruito quando era ancora una bambina: quella con i genitori.

Perché sono una dipendente affettiva?

Dietro la dipendenza affettiva c’è una bambina non vista, ecco perchè definita una “Wall-flower” cioè “Carta da parati”.

Nella sua invisibilità questa bambina ha cercato un ruolo all’interno della famiglia mostrandosi indipendente e autosufficiente. I propri bisogni venivano repressi e trascurati, insieme alle emozioni di rabbia, paura e tensione, e nascosti dietro il comportamento della “brava bambina”, che va bene a scuola e che non dà problemi.

Perchè queste bambine sono invisibili?

I motivi possono essere molteplici: depressione materna, difficoltà economiche, problemi coniugali, nascita di un fratello o sorella bisognosi, tossicodipendenza o alcolismo genitoriale, ambiente familiare violento e abusante, malattia o morte improvvisa di uno dei caregivers (coloro che si prendono cura della bambina).

Più in generale si tratta di genitori che non sanno prendersi cura e dare sostegno, anzi, sono i primi ad averne bisogno.

Spesso la madre della bambina dipendente affettiva è una donna non realizzata, insoddisfatta e infelice che mette al corrente la figlia di tutti i suoi problemi coniugali senza poi agire per una soluzione. La figlia assume il ruolo di confidente che ascolta e cerca di consolare la madre, cercando di renderla felice e orgogliosa di lei. Con il padre, invece, solitamente c’è poco dialogo e molta distanza emotiva.

Le cause della Dipendenza Affettiva

Perché è così importante la relazione con i genitori?

Secondo Bowlby (1973), le interazioni tra bambino e caregivers strutturano un sistema di attaccamento che guiderà le relazioni future con partner, amici e parenti in età adulta.

Lo stile di attaccamento che la maggior parte dei dipendenti affettivi ha sperimentato è quello “ambivalente”.

Questi genitori non si accorgono dei propri figli, delle loro emozioni e del loro bisogno di essere ascoltati, accolti, apprezzati e abbracciati.  Le volte in cui questo accade sono così rare e imprevedibili da mantenere la bambina in continua attesa che quel momento arrivi.

La madre infatti a volte è presente, comunica accoglienza e presenza, seppur invadente e risucchiante, e un attimo dopo ritira le proprie attenzioni o scompare proprio quando la bambina ne ha più bisogno (Guerreschi, 2011).

Cosa c’è dietro una donna oggi dipendente affettiva?

La bambina che c’è dietro la Dipendenza Affettiva ha sperimentato abbandono e/o rifiuto.

L’assenza di punti di riferimento, di sostegno e di protezione ha generato paura dell’abbandono, insicurezza e bassa autostima. Le attenzioni dei caregivers giungendo in modo imprevedibile e incoerente, le hanno inviato a livello inconscio messaggi come “L’amore è qualcosa di incerto”, “Se vuoi essere amata devi meritartelo”, “Riceverai amore non quando ne hai bisogno ma quando l’altro è disponibile”.

I vissuti di non accettazione, di rifiuto (che può essere sperimentato anche in periodo prenatale, come accade nelle gravidanze indesiderate) e di mancanza di approvazione da parte dei genitori ha inviato loro messaggi inconsci come “Non sei degna d’amore”, “I tuoi bisogni non sono importanti”, “Sei destinata a fallire”. Queste bambine in futuro proveranno disprezzo per se stesse, bassa autostima e scarsa autoefficacia e assertività.

La risposta della bambina dipendente

Il sentimento di abbandono e/o rifiuto genera nella bambina sentimenti di colpa per non essere come i genitori vorrebbero. Anziché provare rabbia verso chi non si è presa cura di lei, sperimenta vergogna e tristezza per essere sbagliata. Impara dunque a non disturbare, a fare “la brava” e ad aspettare che mamma e papà si accorgano di lei, le diano attenzioni e approvazione.

Le lodi in realtà difficilmente arrivano perché “in fondo fa solo il suo dovere”.

Tutto questo crea il terreno per la strutturazione delle fantasie che caratterizzano la dipendente affettiva: quelle sul partner. La bambina dipendente affettiva, una volta più grande, crederà che l’amore, le carezze, le lodi e le attenzioni non ricevute dai propri genitori giungeranno da un partner perfetto, che come un eroe la libererà dalla prigionia della sua torre.

Tuttavia..

La sola cosa che potrà salvare la dipendente affettiva è riconoscere di essere l’unica persona a possedere le chiavi per uscire dalla propria prigione.

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